Il sacerdozio nel Nuovo Testamento
Dopo aver dato uno sguardo alla funzione principale del sacerdote nell’Antico Testamento, una domanda emerge molto forte: possono i sacrifici di animali cancellare realmente i peccati e ottenere il perdono di Dio? Può realmente un uomo sacerdote implorare per gli altri il perdono di Dio, essendo lui stesso peccatore? Certo un uomo peccatore non può presentarsi a Dio per intercedere in favore di altri uomini. Questo l’Antico Testamento lo sapeva bene, perciò prevedeva una serie di sacrifici anche per i peccati del sacerdote. Per implorare e ottenere con maggiore certezza il perdono di Dio, l’Antico Testamento curò due cose: moltiplicò anzitutto i sacrifici e dispose che la vittima fosse quanto più perfetta possibile. Anche se ciò per l’A.T. era ritenuto un apparato sacrificale perfetto, col passare del tempo i profeti, o Dio stesso per mezzo dei profeti, polemizzarono contro di esso e contro i loro offerenti, perché, offrendo un sacrificio, facilmente si poteva insinuare nell’uomo la tentazione di fermarsi all’apparato esteriore senza sentirsi coinvolto in una profonda conversione del cuore. Ma l’A.T. era solo una prefigurazione della vera realtà: in Gesù si realizza la vera e unica offerta santa, che riconcilia l’uomo e Dio. Egli è l’uomo senza peccato che offertosi come vittima pura, in atteggiamento di profonda obbedienza al Padre e di amore verso gli uomini, ha raggiunto lo scopo: intercedere per noi e salvarci. In Gesù il sacerdote e la vittima si fondono. Leggendo i Vangeli notiamo che nel corso della sua vita pubblica Gesù non si presenta mai come “sacerdote”, ma piuttosto come “profeta”. L’atteggiamento sacerdotale di Gesù lo si può vedere il Lc 24,50-51: Gesù Risorto “alzando le mani benedisse” i discepoli. E’ l’ultima immagine di Gesù: “mentre li benediceva, si staccò da loro” . Quello della benedizione era un compito importante del sacerdote nell’A.T.. La benedizione stabilisce una relazione autentica tra Dio e le creature. Come dicevamo prima, una cosa che stupisce, non appena ci si metta a riflettere, è che mai nel N.T. Cristo venga chiamato e neppure presentato come “sacerdote”. Sia parla di lui come Messia, come Figlio di Dio, come Figlio dell’uomo, come Pastore,ecc. mai però viene presentato come sacerdote. Lo scritto del N.T. che affronta in modo diffuso la realtà del sacerdozio e del culto di Gesù in rapporto con l’A.T. è la Lettera agli Ebrei. L’autore di questa lettera ci offre una lezione pratica di lettura cristiana dell’A. T. con il suo modo di confrontare l’A.T. con il mistero di Cristo e scoprire tra essi una continuità, delle differenze e una superiorità del secondo sul primo. Non è facile addentrarci nella Lettera agli Ebrei, ci fermiamo al “cuore” di essa. All’inizio del cap. 8 l’autore esordisce dicendo: “ Il punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della Maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda, che il Signore e non un uomo, ha costruito…” (Eb 8,1-2) e continua mostrando come il sacrificio di Cristo è unico nella sua specificità e trasforma radicalmente l’antica concezione del culto e del sacerdozio. I sacrifici cruenti dell’antica alleanza erano soltanto esteriori e incapaci di istituire un’alleanza perfetta. Le vittime animali non potevano costituire una vera mediazione. L’alleanza sinaitica si mostrò insufficiente e i profeti, dopo averne costatato i limiti, ne annunziarono una migliore. Con il suo sacrificio Cristo ha veramente ottenuto la remissione dei peccati e realizzato l’alleanza nuova e migliore. Attraverso di esso è entrato nella dimora di Dio e ha aperto anche a noi l’accesso al santuario celeste. Il momento dell’Incarnazione è il punto di partenza della “sacerdotalità” di Cristo, che matura sulla croce per poi sfociare nella gloria del Cielo dove Egli assiso alla destra di Dio rimane in atteggiamento di perenne intercessione.
Le Carmelitane







